Vittimismo patologico – identikit e via d’uscita

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C’è poco da scherzare: il vittimismo patologico è un male che affligge il diretto interessato e chi gli sta intorno. E’ probabile che tu non ne sappia abbastanza, per cui se vuoi approfondire ti conviene seguirmi.

Non nascondiamoci: tutti, ma proprio tutti, tendiamo a dipingerci un po’ come martiri.
Ci lamentiamo oppure ci siamo lamentati spesso di quanto sia ripetitiva, stressante, sacrificante, poco appagante la nostra vita.
“Ah quanto sono sfortunato”, “Ah se fossi nato già ricco”, “Ah se potessi viaggiare un giorno sì e l’altro pure”, “Se soltanto mia moglie o i miei amici fossero così piuttosto che cosà”, “il mondo ce l’ha con me”, bla bla bla…

Fin qua, nel bene o nel male, ci siamo.
Ben altra cosa è se tale condizione entra nella dimensione del patologico, dato che nei casi più delicati  tale disturbo può condurre alla paranoia, la quale spinge tra le altre cose ad accusare continuamente gli altri per qualsiasi accadimento.
Vivere in tale condizione equivale a ritrovarsi in un inferno autoprodotto dalla propria mente, risultando parimenti distruttivo anche per chi sta accanto.

L’Identikit del vittimista in 7 punti

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In maniera molto schematica ci viene in aiuto elle.com, che in pillole traccia un identikit che rielaboro e commento con interesse.

Le armi del vittimista: lacrime, sospetto e colpa

  • Il vittimista è in genere campione olimpico nella specialità dei tuffi in una valle di lacrime.
    Il suo triplo tuffo carpiato con avvitamento, occhi bendati e mani legate dietro la schiena consiste nel rifiuto di sé(invero non accettazione dei fallimenti passati), nel ricercare quindi indulgenza e comprensione, per poi concludere la performance con il rifiuto dell’aiuto e dell’affetto offerto dalle persone che lo circondano;
  • il rifiuto dell’aiuto altrui è spinto dalla cultura del sospetto fortemente radicata in lui.
    Se qualcuno si offre di dare una mano, armato di dietrologia fino ai denti va a cercare il pelo nell’uovo, o peggio ancora si sente vittima di complotti o disegni oscuri orditi da chissà chi.
    Nella sua visione, non bisogna aiutarlo a spezzare la catena, ma bensì alimentare ed assecondare quella condizione di sofferenza nella quale si identifica;
  • proprio la rigorosa avversità all’aiuto merita un punto ad hoc.
    Il soggetto in questione rifiuta categoricamente di essere aiutato, non c’è niente da fare, per cui con una santa pazienza occorre farlo ragionare(na parola…) e fargli guardare in faccia la realtà realizzando di aver bisogno di un aiuto esterno.
    Magari è il suo giorno fortunato e ci riuscirà da solo, altrimenti giocoforza sarebbe cosa buona e giusta affidarsi ad un professionista con il quale affrontare il problema alla radice.
  • la colpa è sempre degli altri, ovviamente non esiste un po’ di sana autocritica ed ammissione dei propri errori, in pratica zero responsabilità.
    La colpa è di chi non la pensa come lui.
    Se da un lato la sedicente vittima non fa mai autocritica, dall’altro si adopera alla grande nel criticare gli altri.
    E’ evidente il segnale di debolezza, dato che lo fa per evitare di essere al centro della scena e beccarsi lui le critiche che non è assolutamente disposto ad accettare. Sarebbe come mettere un gatto di fronte ad una vasca piena d’acqua.

Il comportamento del vittimista: teatralità e manipolazione tra realtà e credenze

  • Ciò che spesso risulta stucchevole è l’immancabile teatralità attraverso la quale il vittimista mette in scena il proprio dolore.
    Potrebbe tranquillamente sfogarsi in camera caritatis con una persona fidata a cui vuole bene, ma chiaramente non lo fa.
    Altrimenti che martire sarebbe?;
  • Cerca di controllare, sovente di manipolare le persone attraverso la ripetizione del fatto che non riceva mai attenzioni da nessuno e che non venga mai ascoltato, sfruttando così la leva affettiva;

  • ha difficoltà nel distinguere tra realtà e credenze.
    Egli crede che il mondo trami alle sue spalle, crede di subire ingiustizie e non agisce perché crede che le cose non potranno mai cambiare.
    Ma a dir la verità queste sono soltanto credenze, l’unica (vera) realtà è l’effettiva sofferenza che esperisce.

Le cause del vittimismo

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Una volta delineati i tratti salienti del complesso della vittima, la domanda urticante che ti sorge spontanea sarà: ”Ma perché mai ci si dovrebbe comportare così?”
Beh, diciamo che le cause possono essere diverse, ma potremmo riassumerle in tre pilastri.

  1. L’atteggiamento potrebbe essere stato appreso per imitazione dai genitori, i quali(è sempre bene ricordarlo) hanno un’influenza macroscopica sui figli in fatto di comportamenti e visione del mondo(per approfondire leggi qui);
  2. l’assenza di amore da parte della propria famiglia.
    -Già, ancora loro-
    Come insegnano le neuroscienze, le mappe cognitive dei bambini si formano nei primi tre anni di vita, ciò non si riferisce a quanto impareranno ma bensì al modo in cui impareranno a conoscere il mondo.
    Va da sé che la trascuratezza da parte di quelli che dovrebbero essere il nostro punto fermo, può essere qualcosa di devastante;
  3. la terza gamba potrebbe essere, in qualsiasi forma, l’aver subito violenza da bambini.
    Purtroppo le ferite che ci portiamo dietro da piccoli deformeranno in maniera più o meno marcata – in alcuni casi definitivamente – il nostro mondo psichico.

e le conseguenze

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Appare più che lecito andare a scandagliare quali siano gli effetti negativi.
Devi sapere, infatti, che il (purtroppo)carnefice a sua insaputa genererà situazioni di questo tipo:

  • soffrirà in maniera spropositata;
  • si dispererà per i fardelli che per forza di cose sarà costretto a sopportare;
  • si dispererà per i fardelli che egli stesso accetterà di sopportare;
  • rifiuterà l’aiuto degli altri che gli permetterebbe di liberarsi da obblighi e sofferenze;
  • paradossalmente sembrerà godere reconditamente dei carichi sopportati e tenderà ad accollarsene di ulteriori;
  • farà pesare fino all’inverosimile tali sofferenze alle persone beneficiarie del suo impegno. Nello specifico mi riferisco al partner, a un amico, un genitore, un collega.

Premesso quanto sopra, sembri simpatico e quindi ti rivelo un segreto che ti lascerà a bocca aperta: rapportarsi ad una persona dall’atteggiamento martireggiante è tutt’altro che semplice.
L’avresti mai detto?

Calimero, la vittima per antonomasia

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Traendo spunto dal blog post di riza.it, ho scoperto di conoscere inconsapevolmente il complesso della vittima da davvero tanto, tanto tempo.
Tutti noi nel corso della nostra vita siamo stati bersagliati o abbiamo subito tentativi di manipolazione, sentendoci pervasi da un senso di ingiustizia.
Come direbbe il buon Aldo Baglio:”Ma perché? Perché? Perché proprio a me?” 

E fu proprio su queste basi che costruì il proprio successo quel carinissimo cartone animato di nome Calimero, un pulcino nero che usa un guscio bianco come copricapo e che ogni volta si ritrova ad esser vittima di sfortune ed ingiustizie.
La  sua tristezza, però, è condensata in una sedimentata consapevolezza e accettazione di uno stato di perenne vessazione, caratterizzato da soprusi e prevaricazioni varie.
Una volta solidificata tale immagine, identificare il personaggio con tale status è un attimo, quindi lo si accetta in maniera più naturale.

Stiamo parlando di un personaggio che fa il martire, ti sta pure simpatico e facendoti per di più tenerezza facendo leva sulla tua sensibilità.
Un successone.
-Una cortesia personale: nel caso ti trovassi ad affrontare l’argomento con qualcuno in maniera seria, potresti evitare di dire che ho parlato di Calimero?
Te ne sarei grato.-

Il martire: vittima o carnefice?

vittima o carnefice

Adesso sappiamo che la sindrome di Calimero è sinonimo di vittimismo.
Hai presente frasi del tipo “Ce l’hanno tutti con me”, “Capita sempre a me”, “Il mondo agisce contro di me”, “Ovviamente chi poteva finirci di mezzo…”?
Perfetto, ma non è tutto qua.
Scavando nel profondo, deve esser chiaro che parliamo di un atteggiamento psichico infantile, che descrive un vero e proprio modus vivendi che può addirittura portare dei subdoli vantaggi.

In una relazione, non per forza affettiva, chi riveste il ruolo del Calimero di turno riesce a suscitare in maniera più naturale sentimenti come affetto, protezione, perdono e quando si agisce su tali leve, passare da vittima a carnefice è un attimo. A maggior ragione se lo si fa con persone che tendono a sentirsi spesso in colpa.
Ma c’è un ma.
Un comportamento di questo tipo può funzionare nel breve termine, ma alla lunga non può rivelarsi redditizio e la ragione è nella premessa: essendo un atteggiamento psichico infantile, non può funzionare “nel modo dei grandi”.

Le relazioni

relazioni

Di fronte a persone che soffrono di tale complesso vittimistico, Kafka risulterebbe essere un principiante in termini di paradossalità.
Le relazioni che vanno ad instaurarsi risultano essere un vortice il cui fine ultimo sembra essere unicamente la riaffermazione dello status di vittima da parte di chi, in realtà, è il carnefice di sé stesso.
Chiaramente non è una situazione lineare, ma si configura come una vera e propria escalation.

In uno stadio per così dire iniziale, la persona in questione è adorabile nel senso che è piena di attenzioni, di premure e buoni propositi a cui è davvero difficile resistere, a maggior ragione se stai vivendo un periodo particolarmente difficile durante il quale alleggerirti è un vero toccasana.
Il problema sta nella fase successiva, ovvero quando proverai a riprendere in mano le tue situazioni e lei non te lo lascerà fare, è un po’ strano ma difenderà con le unghie e con i denti la propria identità di martire alla quale è attaccatissima.
Guai ad aiutarla.

Ben presto arrivano i conflitti, è inevitabile.
Viene a crearsi un circolo vizioso in cui da un lato la vittima si lamenta dei sacrifici e degli oneri che gravano su di lei (facendoteli pesare), e dall’altro non ti permette di aiutarla.
Tutto diventa un po’ come un romanzo dalle tinte fosche: abbiamo la presunta vittima, che poi si rivela essere il carnefice, ma carnefice di chi? Di sé stessa? Di qualcun altro?
-Se tutto questo dovesse risultarti vagamente assurdo, sappi che hai ragione.-

La metamorfosi dei vittimisti patologici: da angeli a demoni

angeli o demoni

E’ bellissimo quando una persona ti offre aiuto in maniera disinteressata.
Ti senti più leggero, più sollevato, hai meno preoccupazioni e percepisci l’affetto dell’altro.
In teoria.
Vivendo la quotidianità, ti rendi conto che la relazione con un vittimista patologico è malsana, di tipo vittimistico appunto, infatti anziché restituirti una sensazione di sollievo ti sentirai contrariato.
-Ma come: una persona ti fa del bene e ti arrabbi anche?-
Non sentirti un ingrato, in realtà è tutto normalissimo.
L’aiuto che ti è stato offerto non lo percepisci come un gesto di generosità(che difatti non è), ma bensì come un dono non gradito che ha come scopo ultimo quello di farti sentire in colpa, o comunque l’effetto prodotto è quello.

Esatto: ti senti in debito per qualcosa che non hai neanche richiesto.
Tutto ciò deriva dal fatto che i sentimenti che hanno spinto il martire ad agire non sono amorevolezza, calore umano o altruismo, ma bensì una scelta (auto)obbligata spinta dalla finta consapevolezza di non aver altra scelta.
Quindi si è sacrificato a malincuore gravando inevitabilmente sulla tua coscienza, sacrificio che non avevi chiesto tanto che ti senti appunto contrariato perché fondamentalmente ti senti in colpa.
Colpa(ingiusta tra l’altro) dalla quale vorresti redimerti, ma non puoi perché non ti viene data la possibilità di farlo e di conseguenza il tuo risentimento cresce, ti senti frustrato e alla lunga la situazione può diventare sfiancante.

Tirando le somme, quindi, abbiamo un angelo che si trasforma in diavolo e la cui azione si ripete fin quando qualcuno non spezza la catena.
Perfino Stevenson impallidirebbe di fronte ad una trama del genere, altro che Dr Jekyll e Mr Hyde…

Vittimismo patologico: la via d’uscita

la via d'uscita

Come spiegano gli addetti ai lavori, ciò che viene a crearsi è un vero e proprio copione vittimistico.
La persona che soffre di tale complesso, prima o poi presenterà il conto delle attenzioni e degli sforzi profusi, manifesterà a gran voce il suo status di martire ed esprimerà la propria frustrazione nel non sentirsi apprezzato o capito.
E purtroppo, lui crede, nessuno potrà mai risolvere il problema.
E’ molto triste, ma la verità è che queste persone traducono il loro desiderio di amore e di esistere nel mondo attraverso la sofferenza e, siccome hanno trascorso la loro esistenza nel costruirsi un’immagine da vittima, saranno restii a cambiare.

Tutto questo va a nozze con il fatto che noi umani andiamo continuamente alla ricerca di conferme, ed ecco come si perpetua il copione.
-Ma allora davvero non c’è nulla che si possa fare?-
Non è semplice, ma per fortuna sì.

Agisci prima su di te

  • Se hai davvero intenzione di aiutare una persona che soffre di tale complesso, devi partire da te.
    Innanzitutto devi liberarti dal senso di colpa.
    Tieni bene a mente che il vittimista patologico trova terreno fertile nelle persone che tendono a sentirsi subito in colpa, oppure in persone che si immedesimano troppo, probabilmente in seguito a un vissuto sofferto.
    Cerca il motivo dentro di te e prendi coscienza del perché sei così sensibile al tema dei “più deboli”.
  • Aiuta la vittima a crescere. Se vuoi davvero bene a chi sta facendo la vittima, non accondiscendere.
    Offrigli un comportamento fermo e adulto, che sappia estrarre da lui modalità di relazione più mature e complesse.
    La strategia da attuare è una ed una soltanto: giocare a carte scoperte e dire chiaramente che il re è nudo.
    Come suggerisce un interessante articolo de l’angolo della psicologia,  si procede per fasi.

Si parte infatti dal riconoscere il valore degli sforzi e mostrando gratitudine.
Subito dopo è bene esporre il problema ed il disagio che ti causa, stando però attento a non far sentire in colpa l’altra persona e soprattutto offrendo una soluzione.
E’ importante in questa fase affermare che sia ingiusto addossarsi tutto il carico, sottolineare la sofferenza che provoca anche su di te e proporre di risolvere il problema attraverso una ripartizione equa delle attività.

Dal punto di vista umano, adesso devi compiere il passo più bello ed utile: farle capire che per apprezzarla non hai bisogno di quegli sforzi immani compiuti finora, ma proverai amore e gratitudine a prescindere perché tu la consideri in quanto persona e non come esecutrice di attività.
-Visto come sono amabile ed umano oggi?-
Scusa, ma avevo bisogno di autoincensarmi. Vabbè poi mi passa…

Adesso tocca a lui

Certo, non è che il martire si modificherà geneticamente da un momento all’altro(anzi!), ma comincerà piano piano ad allargare la sua visione del mondo.
D’altronde aveva bisogno di essere visto e vedeva nella sofferenza l’unico strumento per gridare al mondo di esistere, per cui dagli il tempo di cui necessita.
La realtà è che gli stai chiedendo uno sforzo titanico perché per poterlo fare dovrà scardinare i valori in cui ha creduto fino ad un attimo prima: la narrativa martireggiante dovrà arrivare a dissolversi.
E non è poco.

In pratica dovrà spogliarsi dei panni che lo rappresentano e che tanto ama, per indossarne di nuovi, e sappiamo bene quanto il nuovo faccia paura.
Con la giusta forma mentis si renderà conto che non può sbagliare di nuovo: se finora la vita non ha seguito il corso sperato, bene allora è arrivato il momento di virare.
Errare è umano, ma perseverare è da Calimero.

Conclusioni

Bene, adesso hai davvero un bel po’ di elementi per identificare il vittimismo patologico.
Tra lo scherzoso e il serio(so) ho cercato di trattare l’argomento in maniera completa ed esaustiva, come hai avuto modo di appurare si tratta di un argomento importante al quale dare il risalto che merita.
Spero tu faccia tesoro dei tanti spunti offerti, e che sappia attuare le giuste mosse per sconfiggerlo in caso di bisogno.
Alla prossima!

L’Allegro – aka Francesco Allegretta
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