Soffrire fa male, magari fa bene, anzi fa crescere

Ciao caro,

ero lì che riflettevo e pensavo: soffrire fa male, magari fa bene, anzi fa crescere.
No, non sono confuso, vorrei semplicemente accendere i riflettori sulla funzione educativa del dolore.

Ti spiego il perchè.

La sofferenza è nostra grande maestra(quanto ho adorato le mie maestre!).

Malgrado venga considerata come qualcosa di estremamente negativo, ci accompagna lungo tutto il nostro percorso di vita e ci fa crescere attraverso i suoi formidabili insegnamenti.

Per esprimere una metafora penso a tante piccole perle di felicità(posticipata) che trattengono volontariamente la luce nel momento più buio per poi risplendere una volta passata la tempesta.

Sofferenza è conoscenza?

Quando Marie von Ebner-Eschenbach diceva che il dolore è il gran maestro degli uomini, non cercava di finire in un qualche aforismario(è accaduto uguale ma vabbè).
Ne definiva con semplicità la vera essenza.

Malgrado si cerchi di non ammetterlo, la sofferenza è conoscenza e la conoscenza ci rende spiritualmente più forti, ci tempra e ci permette di comprendere nel profondo il dolore altrui.


Ci spezza il cuore ma al contempo può essere considerata una struttura di connessione, paradossale vero?

Dove nasce il dolore

Bella domanda.
Diciamo che se nascesse da una fonte nascosta tra le montagne sono sicuro che qualcuno organizzerebbe decine di spedizioni per andare a prosciugarla.
Sai perchè?
Perchè soffrire fa male.

Malgrado alcuni abbiano il deserto al suo interno(oggi sono particolarmente battagliero), il dolore nasce nel cervello.
Al ricevimento di determinati impulsi, restituisce la sensazione di sofferenza e per di più non fa distinzione tra malessere fisico e mentale.

Questo è il motivo per il quale il male psichico si traduce giocoforza in male fisico e non saranno di certo i farmaci a risolvere la situazione, anzi.
Attraverso di essi il problema viene semplicemente rinviato, non risolto. 

Ma quanto fa male?


Temo che un vero e proprio strumento che ne misuri l’entità non esista.
La parola d’ordine è percezione, infatti non abbiamo scale di valori universalmente riconosciute che possano oggettivamente rendere l’idea.

Ciò che però possiamo dire è che le ferite subite, soprattutto durante l’infanzia, fungono da indicatori per accadimenti futuri.


Senza mezzi termini possiamo parlare di storicizzazione del dolore.
Lampante è l’esempio del bambino che sente di non valere nulla perché magari la mamma, tornata di sera stanca morta dal lavoro, non ha guardato i suoi disegni.
E magari non gli ha detto di essere stato bravo.

Quel bambino quando sarà adolescente prima e adulto poi, molto probabilmente si sentirà sempre poco apprezzato da amici, dalla persona amata, dal datore di lavoro.
Ma sopratutto da sé stesso…
e fa molto male sai?

In fin dei conti è utile(?)


C’è chi afferma che sporadici momenti di dolore siano addirittura necessari nell’arco della vita di una persona.

E’ kafkiano, ma sfatando un conclamato ossimoro, la sofferenza può essere propedeutica alla felicità.

Pensiamo per un attimo alle sfortune e alle sofferenze in cui siamo incappati nella nostra vita e che in un modo o nell’altro siamo riusciti a superare.
Alla fine della fiera arriviamo a comprendere come un iniziale stato di malessere si è via via trasformato in uno stato di pace e di accettazione(chi non ha sperato di leggere la doppia zeta?)

E’ proprio in questo modo che riusciamo a non perdere il contatto con la realtà e a godere maggiormente degli sprazzi di felicità che ci vengono concessi dalla vita.

Come egregiamente riportato da lamenteemeravigliosa.it, la resilienza acquisita nell’affrontare eventi traumatici o comunque negativi in senso lato, è qualcosa di spaventosamente forte.


E’ abbastanza evidente che riusciamo ad ottenerla soltanto facendo esperienza del dolore(purtroppo).
Ciò spiana la strada allo sviluppo della nostra maturità e fornisce tutti gli strumenti per una maggiore consapevolezza di sé e del mondo che ci circonda.

Osservando il dolore da un punto di vista anticonvenzionale possiamo realizzare quanto in realtà sia utile.
Esso funge da sirena ogniqualvolta percepiamo di essere attaccati e quindi ci porta a reagire, a fare quanto serve per risolvere i problemi o quantomeno a difenderci.

E l’insegnamento che ne traiamo lascia una traccia indelebile dentro di noi.
Sai perchè?
Perchè soffrire magari fa bene

Terapia d’urto

Gli esempi semplici aiutano a capire meglio.
Hai presente quando un bambino viene gettato direttamente in acqua?

Se da un lato serve a fargli prendere confidenza con l’acqua(un po’ forte come strategia a dire il vero), dall’altro insegna al bambino che stare in apnea oltre un certo limite non è la migliore delle idee.
Potrebbe leggermente nuocergli…

E’ la terapia d’urto per eccellenza, un po’ come quando ti lasciano toccare una piccola fiamma per educarti al dolore provocato da una fonte di calore.
Hai più provato a sederti su una stufa(Einstein ancora ride) oppure a tenere la mano sopra un cero acceso?
A meno che tu non sia un masochista credo proprio di no.

E se invece provasse a farlo qualcun altro?
Sono sicuro che faresti di tutto per allontanarlo dal pericolo.
Ti sei chiesto quale possa essere il motivo?
Vedi, soffrire non solo ti apre gli occhi, non solo ti fa guardare la realtà con occhi diversi, ma ti educa anche ad evitare la sofferenza altrui.

E questo ti rende maledettamente umano perché aumenta la connessione nei rapporti con altre persone, altri cuori, altre anime.

Come superarlo

Il dolore se protratto nel tempo diventa qualcosa di insopportabile.

Ne deriva che la sua utilità esiste nel momento in cui è legato ad episodi specifici e circostanziati e noi dovremo essere bravi ad apprenderne gli insegnamenti.
Al contrario si finirà per perdere la testa. 

Allora come fare per superarlo?

Bisogna tenere in considerazione tre capisaldi:

  • Lasciarlo andare;
  • Evitare il processo di identificazione;
  • Ripartire da sé stessi.

    Ne approfondiamo un punto per volta.

Lasciare andare il dolore

Quante volte capita di restare aggrappati al proprio dolore e alle cause che lo hanno scatenato?
Sembra quasi che godiamo nel rimanere bloccati in determinati stati mentali, vuoi che si tratti di una persona, di un accadimento, di un’idea.

Il motivo è molto semplice: lo facciamo perché è rassicurante.
Anche se parliamo di situazioni negative, tendiamo a non abbandonarle perché le conosciamo e come ben sappiamo l’essere umano va alla ricerca di conferme, non di disconferme.
Insomma il diavolo che conosci è meglio del diavolo che non conosci.


E’ proprio a questo punto che dobbiamo imparare a lasciar andare le cose, a far fluire il dolore, consapevoli del fatto che siamo esseri limitati che vivono situazioni che non possono protrarsi in eterno.
Non possiamo piangere sul latte versato per sempre, infatti accettare e rilasciare la sofferenza ci permetterà di sanare le ferite.
Inoltre non vivremo determinati episodi come straordinari, ma come naturale e semplice parte del gioco della vita.

Il dolore ha inequivocabilmente una funzione di verità: ci annichilisce per poi darci la forza di esprimere chi siamo veramente.
Se ci pensiamo bene, dopo situazioni particolarmente intense riusciamo a trovare il coraggio di intraprendere azioni che magari prima non avremmo avuto il coraggio di portare avanti.
Beninteso si tratta di atti che fanno già parte di noi, ma che per realizzarsi vanno sollecitati da un tipo di coscienza differente.

Ma non finisce qui perché un’altra lezione fondamentale che riceviamo è quella di riscoprire la nostra genuinità. il dolore, infatti, ti fa rendere conto di cosa conta davvero, riduce le cose all’essenziale, a ciò che conta davvero, ti dà quella spinta per tagliare relazioni non nutrienti.

Evita l’identificazione

Noi non siamo il nostro dolore.
Può sembrare lapalissiano, ma in realtà non lo è.

Purtroppo può capitare di sopportare il dolore per molto tempo, tendendo a considerarlo parte di noi, quindi siamo portati ad identificarci con esso.
Questo è un errore marchiano che non bisogna assolutamente commettere perché a lungo andare la nostra parte emotiva si atrofizzerà.
E la depressione è dietro l’angolo…


Bisogna decidere e ogni decisione è un taglio, un taglio col quale recidere con convinzione il filo che ci proietta in questo stato di identificazione.
Soltanto così riusciremo a fermare l’influenza negativa del passato e a modificare la conseguente proiezione errata che ci eravamo fatti del nostro futuro.
Ripetiamo insieme: noi non siamo il nostro dolore.

Riparti da te stesso

Per debellare quella che può rivelarsi una vera e propria malattia dell’anima, devi ripartire da te stesso.
Intendiamoci bene: la sofferenza è sempre tua maestra, ciò che bisogna allontanare sono gli effetti nefasti che ne possono derivare(è tutto nella tua testa, ricordi?).

Le varie vicissitudini della vita tendono a risucchiarti e a farti perdere di vista chi sei davvero, in pratica permetti a quell’immagine buia -che hai lasciato si creasse- di prendere il sopravvento.
E tu? Hai permesso che l’oscurità tirasse fuori l’artiglieria pesante tra paure, delusioni, fallimenti, delusioni, sconfitte, imbarazzo, giudizi autoaccusatori.


Incredibile come guardi così lontano nell’oscurità senza valorizzare ciò che invece è nella luce: le tue passioni, i tuoi pregi, i tuoi punti di forza, i tuoi sogni, le tue capacità, talenti, obiettivi, vittorie.
Devi vestirti della vera bellezza che risplende in te e spogliarti dell’inautentica bruttezza che non fa parte del tuo essere.

In diversi casi, è inevitabile, il malessere sarà ancora con te ma avrà un peso specifico differente perché non rappresenterà più una spada di Damocle ma un campanellino che suonerà quando ti dimenticherai del fatto che la vita non è tutta rose e fiori.

Sai perchè?
Perchè soffrire fa crescere.

Ripartire da te ti fa ricordare anche di essere un animale sociale.
Sai cosa intendo, vero?
Tutte le volte che credi di aver toccato il fondo, ricordati sempre queste parole: tu non sei solo.

Mai chiudersi in sé stessi, questa potrebbe essere la medicina delle medicine.

Ringrazia

Sembra quasi una provocazione, ma proviamo ad osservare il quadro da un’altra prospettiva.
La sofferenza è uno di quei tratti che ci rendono umani(“troppo umani” per parafrasare Nietzsche) e generalmente cerchiamo di fuggirla con tutte le nostre forze cercando di distogliere lo guardo, distraendoci, parlando d’altro e a volte utilizziamo “strade secondarie” come alcol, droga e cibo.

Eppure, come diceva Longanesi, è sempre vero anche il contrario.

Ragionando quasi contro logica, hai presente quando non ti senti bene e qualcuno si prende cura di te magari coccolandoti?
Malgrado tu ti senta male, in un certo senso ti senti felice perchè “grazie al dolore” hai ottenuto attenzioni, ti sei sentito particolarmente amato, considerato, tu pensa: c’è qualcuno lì per te.

Ma come mai?
Perché la presenza e l’ascolto soddisfano un nostro potente bisogno: abbiamo bisogno di sentirci a-ma-bi-li.

Da questo derivano tutta una serie di considerazioni: c’è chi ci vede, quindi esistiamo, addirittura c’è chi ci tiene a noi, in definitiva siamo davvero degni di amore!
Spesso si trascura una grande verità: l’ascolto è terapeutico, lo sanno bene i malati terminali o quelli rinchiusi in istituti di sanità mentale che ne hanno un disperato bisogno.

Stiamo attenti però a non cadere in una brutta trappola mentale: è senz’altro vero che essere ascoltati durante i nostri momenti difficili ci fa stare meglio, ma non dobbiamo in nessun modo pensare al dolore come a un passepartout che ci conduca in un nido dove riceveremo amore incondizionato e/o attenzioni.

Ciò che intendo dire è che soffrire “ti fa bene” nel senso che ti fa crescere, ma tutto deve accadere in maniera naturale.
Non puoi arrivare a desiderare di star male in maniera tale che poi venga qualcuno ad accarezzarti, toccheresti delle punte di autolesionismo devastanti.

Conclusione

Eh già, siamo arrivati alla fine.
Se riflettiamo in maniera profonda, in estrema sintesi possiamo dire che la sofferenza è qualcosa che deve esserci per favorire la nostra crescita e, una volta avvenuta, non bisogna far altro che lasciarla andare.


E francamente non la tratterrei neanche più di tanto, anzi accetta un consiglio spassionato: lasciala proprio volare via.

L’Allegro –
aka Francesco Allegretta

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