Il tuo capo demonizza gli errori?

“L’ errore è inevitabile, ineluttabile. Ma l’ errore non deve mai avere l’ ultima parola”

Meredith Grey

Il tuo capo demonizza gli errori?
Tema caldo, molto molto caldo.
Oggi andremo a snocciolarlo, sbrigati che si comincia!

Il contesto






Eccoci qua.
Bentornati al nostro fantabar e visto il caldo, sono qui che aspetto la mia crema di caffè

Come dico sempre non siamo ad un bar qualunque, qui possiamo creare quella magia che ci permette di sostenerci a vicenda, aiutarci, raccontarci senza imbarazzo ed effettuare quella spinta ideale verso l’umanità. Sissignori, questo posto trasuda Ubuntu! Ah quante cos….eh? Gia’ l’ ho detto l’ altra volta? E allora repetita iuvant: ah quante cose ha da insegnarci la bistrattata Africa!


Bene, oggi non trattiamo di un argomento che mi sta particolarmente a cuore, di più: oggi parliamo DELL’ ARGOMENTO, ovvero la demonizzazione dell’errore da parte del tuo capo d’azienda.
La fattispecie che voglio prendere in esame è quella in cui si è in presenza di un boss dalla mentalità poco aperta.

Sbagliando si impara, ovvio(?)


Ovunque, in contesti lavorativi, ascoltiamo frasi del tipo “Errare humanum est”, “Siamo umani quindi fallibili”, “Sbagliando si impara“, “Sbagliando si cresce” e bla bla bla. Ok, quindi dov’è il problema?
E ve lo dico io dove sta il problema: il doppiopesismo e l’ipocrisia che c’è dietro alla condanna dell’errore.

Ciò che non viene mai detto è che molto spesso il punto cruciale quando si commette un errore è CHI lo commette, o meglio quale ruolo riveste in azienda la persona rea della marronata.

Io so’ io e voi non siete un…”





Sposando lo stereotipo, che per definizione non ricalca il 100% dei casi ma bisogna sempre fare i dovuti distinguo, se a commettere la corbelleria è il datore di lavoro beh allora sbagliare è lecito. Lui è uno in gamba, è quello che ha creato l’azienda e comunque è una rarità il fatto che abbia sbagliato, ci mancherebbe; delle volte può anche capitare che gli altri si allineino ed egli ammetta(con finta umiltà) di aver sbagliato. Con il plauso dei servili cortigiani che ne apprezzano l’ “umanità”.
Ma fate piano, bisogna essere comprensivi, altrimenti il deus ex machina potrebbe indisporsi.
Anzi, se foste degli egregi collaboratori, avreste previsto l’ errore e avreste creato gli strumenti per evitare l’ impensabile sciagura

Quando la musica cambia




Ok, adesso ribaltiamo la casistica e focalizziamoci su chi, per ovvie ragioni, sta dall’altra parte della barricata: il dipendente. E qui la musica cambia, ma un bel pò un bel pò(licenza poetica di Marco Montemagno).
Stavolta a commettere il grave misfatto all’ interno di questa macchina “perfetta” chiamata azienda, non è stato Dio ehm scusate…il capo.

Ecco, adesso parte la cerimonia di demonizzazione. Un’ escalation di dietrologie, umiliazioni e cazziatoni, con oblio di quanto fatto di buono fino a un attimo prima incorporato.

– L’ errore fa esperienza?




Ciò che molti sedicenti “entrepreneur” non capiscono è che l’ errore fa esperienza sempre!
La stragrande maggioranza delle volte che una persona riesce a risolvere un problema o addirittura a prevenirlo, è perché in passato molto probabilmente è già caduto in errore e si è creato lo strumento esperienziale affinché tale situazione non si ripetesse più o comunque si riducesse al minimo.
Diciamolo una volta per tutte: nessuno nasce coi superpoteri.

– L’empatia come via d’uscita




A mio avviso in questo mondo caratterizzato da un coacervo di tanta folle bellezza e ineluttabile sciaguratezza, sapete cos’è che ci salverà?
L’ empatia. Sì: il mettersi nei panni altrui.

Devo ammettere che è’ un tema a me molto caro, è una capacità che per essere sviluppata richiede tanto tanto tempo. Riuscire ad introiettare lo stato d’ animo altrui ed elaborarlo attraverso la propria sensibilità per poterlo comprendere appieno. Già, una robetta facile.
La domanda è d’ obbligo: ma perchè mai dovremmo spingerci a praticare un percorso di continuo esercizio per sviluppare l’ empatia?
La risposta è semplice, come tutte le cose importanti della vita: perchè ci importa degli altri.

Perchè dovrebbe importarci degli altri?
Vedete, il gioco dei perchè potrebbe andare avanti all’ infinito, ma preferisco tagliar corto: ci interessa capire come si sentono gli altri perchè la stella che noi seguiamo è quella dell’ Ubuntu! E splende tanto più fulgidamente quanto più emerge il bisogno di fare comunità!

Fermiamoci a riflettere un attimo. Se l’Africa partorisce ed elabora un concetto così straordinario come l Ubuntu in virtù del quale io sono perché tu sei, beh allora capiamo bene che se ci focalizzassimo di più sul sentire, capire e sostenere gli altri, saremmo inevitabilmente delle persone migliori.
Ignorarlo sì che sarebbe un errore da demonizzare.

– La crescita del singolo è la crescita del tutto

Spesso mi chiedo come possa un capo d’azienda mortificare un dipendente demonizzando un errore commesso. Mi spiego meglio: una persona che impiega il suo tempo e le sue energie nello svolgimento di una mansione fa di tutto(di tutto) affinché il suo lavoro vada per il meglio. Ovviamente non fanno testo gli infingardi(ma che lessico ragazzi!) e i superficiali, che per ovvi motivi non possiamo far rientrare in un’ottica di miglioramento e di crescita.

Per cui la persona che adopera tutto il suo impegno è la prima a provare rabbia verso sè stesso. E il suo ego ribolle, fa male sapete?
Ma non basta. A questo si aggiunge la reaction del boss che nella maggior parte dei casi sbraiterà e muoverà critiche sterili e feroci attraverso le quali non avrà risolto nulla, ma soprattutto(e qui arriviamo al punto) non avrà alimentato la fiamma della crescita del lavoratore che è fondamentale in quanto si traduce nella crescita dell’azienda tutta.

Vi lascio 92 minuti per gli applausi.
La nostalgia dell’ amato ragioniere ogni tanto mi prende male, scusate.

Il fallimento è duro ma non duraturo




Tutti i grandi, non sarebbero tali senza aver commesso degli errori. Tutti ne commettono, più e più volte, e comunque la si pensi non esiste un altro metodo per eccellere in qualcosa se prima non si fallisce in qualche modo.
Le menti più alte sanno benissimo che il fallimento esiste e fa senza dubbio male, ma non è duraturo; infatti la vita va avanti con la consapevolezza di avere, proprio in virtù delle dèfaillance commesse, delle frecce in più al proprio arco.
“Sto lavorando duro per preparare il mio prossimo errore”. Brecht aveva capito tutto.

Soluzioni e rimedi



Quindi in che modo il nostro capo essere una persona migliore?
Proprio essendo empatico. innanzitutto dovrà essere disposto ad analizzare i fatti, parlare ed instaurare un dialogo col collaboratore e, ove richiesto, aiutarlo a trovare un metodo o semplicemente un accorgimento che permetta di evitare il ripetersi della medesima spiacevole situazione.

Mi rivolgo direttamente a te caro capo.
La cura del dipendente, del tuo dipendente, la persona in cui tu hai creduto, magari alla quale tu stesso hai fatto il colloquio iniziale in fase di recruiting, quella è la cosa più importante a cui badare.
Come ci insegna il founder della Virgin Group Richard Branson“allena e forma le persone bene abbastanza per poter andare via dall’azienda, ma trattale bene abbastanza perché non vogliano farlo”.

Hai capito adesso?

l’ Allegro – aka Francesco Allegretta


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